A quasi 17 anni è ancora indelebile il ricordo del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo ucciso il giorno della sfida tra Genoa e Milan

Striscione tifosi genoani per Spagnolo

Striscione tifosi genoani per Spagnolo (foto dalla rete)

Sono passati quasi 17 anni da quel 29 gennaio 1995. Quasi 17 anni di odio, quasi 17 anni da quando Vincenzo, un tifoso genoano di 24 anni, non c’è più. Non c’è più perché Simone, appena maggiorenne, quel giorno ha deciso di travestirsi da tifoso del Milan e partire per Genova, per vedere con alcuni amici la partita Genoa-Milan allo stadio ‘Marassi’, nella capitale ligure. È un periodo critico per la Curva Sud milanese, perché le principali tifoserie, caratterizzate da numerosi gruppi ultras organizzati al loro interno e tra loro coordinati non sono più presenti. I gruppi sono piccoli, molte persone si muovono per conto proprio, secondo logiche occasionali.

Tra questi vi è il gruppo ‘Barbour’ (dal nome della giacca in voga quel periodo) che vorrebbero far parte delle ‘Brigate Rossonere 2’, nato dalla scissione di uno dei maggiori gruppi milanisti, insieme alla ‘Fossa dei Leoni’. Alcuni del gruppo decidono che è il momento di farsi conoscere e rispettare dal resto degli ultras, e organizzano una spedizione punitiva contro i genoani.

Simone Barbagli è uno di questi: parte da Milano a Genova con i suoi amici, con un treno di linea, non di quelli speciali, organizzati per i tifosi rossoneri. Vuole dimostrare che è forte, vuole il rispetto degli ultras, soprattutto di Carlo Giacominelli (denominato ‘Chirurgo’ per la bravura nell’armeggiare con le lame), ma parte senza nulla che possa ricondurlo al Milan: niente sciarpe, maglie, non vuole farsi identificare. Nelle vicinanze dello stadio Simone incrocia Vincenzo e scatta l’aggressione. Vincenzo lo affronta a mani nude, come dice la legge ultras, ma Simone non è un vero ultrà, e gli pianta un coltello vicino al cuore. Vincenzo muore poco dopo in ospedale.

Appena la notizia viene diramata via radio i tifosi genoani presenti allo stadio vogliono far interrompere la partita. Dirigenti e giocatori delle due squadre accolgono le richieste della curva lasciando, nel secondo tempo, il campo vuoto e libero al dolore. Finita la partita però, non finisce la rabbia dei tifosi rossoblù, che tentano invano di raggiungere il settore ospite per vendicare Vincenzo. Per tutta la notte si scatena una guerriglia urbana secondo i codici comportamentali ultras che produce diversi contusi e milioni (in lire) di danni.

Ma chi era Vincenzo Spagnolo?

Vincenzo era un ultrà genoano. Aveva un diploma da odontotecnico, ma non esercitava, si arrangiava con qualsiasi lavoro gli capitava. Abitava nel quartiere di San Teodoro. Faceva parte del Centro sociale Zapata, di estrema sinistra.

Gli amici lo chiamavano Claudio, era un ragazzo allegro, sempre pronto alla battuta, grande appassionato di musica ska. Ogni sabato si recava all’Albatros, una discoteca di Genova. Un bel ragazzo, educato. Sempre pronto a dare una mano, se qualcuno aveva bisogno d’ aiuto. Lo descrivono così i vicini.

Allo stadio ci andava regolarmente, una settimana sì e una no, quando giocava la sua squadra. Lo conoscevano tutti sulle gradinate. Qualche volta seguiva il Genoa anche in trasferta.


E Simone? Chi è Simone Barbaglia?

Simone è un omicida travestito da tifoso, è il killer del Marassi. Durante l’interrogatorio non ricorda nemmeno l’esatta formazione del Milan. Era un ragazzo immaturo e fragile: l’ansia di dimostrarsi un duro, agli occhi dei capi della spedizione, lo spinse al gesto fatale e insensato.

Ha scontato quasi 15 anni di carcere per omicidio volontario e rissa aggravata, è uscito un anno fa. Ha vissuto prima nel carcere di Genova, poi in quello di Chiavari. È stato agli arresti domiciliari, periodo durante il quale ha fatto l’ elettricista, quindi è tornato in carcere a Voghera, Alessandria e infine a Torino. Ha lavorato come addetto alle pulizie, si è diplomato in ragioneria.

La domanda che tutti si pongono è “Si può morire per il calcio?”.

No, il calcio è vita, il calcio è dolore, ma per una sconfitta, non per una coltellata, è gioia, ma per una vittoria, non perché hai dimostrato con la violenza che vali. Il calcio è vita, non morte, è amore non violenza. È passione viscerale, ma non si deve perdere il controllo. Il calcio è uno sport, non è una guerra. Ciao Vincenzo.

Lara Facchini