Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma scudettata del 1983: visione di gioco, tiro fortissimo, carisma, classe e umiltà!Le gioie in campo e la tragica morte nel 1994
Spesso molti tifosi, ascoltando la splendida canzone La leva calcistica del ’68 di Francesco De Gregori, accostano il testo a tanti campioni del calcio del passato. Quella sorta di vena malinconica, unita alla metafora di una parabola sportiva agrodolce, era perfetta per sintetizzare e descrivere uomini che tanto hanno dato al calcio e alla vita ma che forse hanno ricevuto di meno. Agostino Di Bartolomei è uno di quei campioni tristi che, oltre alle canzoni, possono ispirare poesie o suggestivi racconti e restare così scolpiti nella mente di tutti. Ma la sua storia è ancora più significativa perché, in aggiunta agli altri, può anche insegnarci qualcosa.
Quando, il 30 maggio 1994, Agostino Di Bartolomei si uccise sparandosi un colpo di pistola al cuore, il mondo del calcio rimase allibito e sotto shock. La notizia si diffuse subito cogliendo di sorpresa l’intera comunità sportiva italiana: la tragica fine dell’ex capitano della Roma, famoso per il suo carattere schivo e introverso ma altrettanto determinato ed entusiasta in campo, fu un colpo durissimo per molti, soprattutto per coloro che avevano avuto il privilegio di conoscerlo e amarlo da vicino.
Agostino Di Bartolomei era nato l’8 aprile del 1955 a Roma e cominciò a dare i primi calci ad un pallone nella squadra del suo quartiere (Tor Marancia); il passaggio alla formazione Primavera della Roma fu la prima grande soddisfazione della sua vita. Il mitico Nils Liedholm, che in quanto a sapienza non era secondo a nessuno, andava spesso a vederlo giocare coi suoi coetanei e fu il primo a credere in lui. Qualcuno, tuttavia, dubitava delle qualità di Agostino, accusandolo di scarsa mobilità in campo. E nel suo ruolo, il centrocampista, la mancanza di velocità poteva in effetti rappresentare un grosso problema. Ma i detrattori furono ben presto smentiti, e Liedholm aveva visto giusto: Di Bartolomei cominciò a imporsi come grande ragionatore, un costruttore di gioco dotato di notevole senso tattico. La sua stagione d’esordio in serie A risale al 1972/73 e un po’ alla volta conquistò con autorevolezza le chiavi della linea mediana giallorossa. L’anno in prestito al Vicenza (stagione 1975/76, 33 presenze e 4 gol) fu utile per acquisire ulteriore fiducia nei propri mezzi. L’anno dopo Agostino tornò alla Roma che, grazie anche a lui, stava per diventare grande!
Di Bartolomei divenne il perno di un progetto vincente ed emersero con impeto le sue qualità di uomo d’ordine, il suo equilibrio e il senso di appartenenza a un gruppo che voleva diventare protagonista. Erano gli anni della Roma che si avviava e conquistare ben 3 Coppe Italia (1980, 1981 e 1984) e soprattutto lo storico scudetto del 1983. Il portiere era Franco Tancredi, in difesa ricordiamo Nela con Maldera e un giovane Vierchowod, i campionissimi Bruno Conti e Falcao, l’impetuoso Carlo Ancelotti, in attacco il frizzate Iorio e l’eterno bomber Pruzzo: uomini che fecero una grande impresa. La Roma era schierata secondo il modulo della zona pura e fu capace di vincere regalando anche spettacolo: Agostino si sdoppiava e da centrocampista passava al ruolo di libero, divenendo un punto di riferimento essenziale per tutti i compagni. La sua intelligenza tattica, i suoi millimetrici lanci, la potenza e la precisione nei calci di punizione e nei rigori erano le qualità tecniche che gli davano l’autorità necessaria a farsi ascoltare in campo. E Agostino divenne capitano quasi in automatico; il senso di responsabilità che avvertiva per questo delicato ruolo lo rese un uomo squadra perfetto. Introverso sulle questioni personali, Agostino era però in grado di tenere uniti i compagni in campo e mantenere l’unità del gruppo anche nei momenti difficili.
La stagione successiva, targata 1983/84, fu quella della trionfale cavalcata della Roma fino alla finale (giocata proprio all’Olimpico) della Coppa dei Campioni. IFK Goteborg, CSKA Sofia, Dynamo Berlino e Dundee furono gli scogli brillantemente superati da una Roma in cui, manco a dirlo, Agostino Di Bartolomei era il capitano coraggioso, perennemente fra i migliori in campo. In semifinale fu l’apoteosi; all’andata gli scozzesi del Dundee si imposero 2-0 (reti di Dodds e Stark) ipotecando così la qualificazione. Al ritorno Pruzzo con una doppietta nel primo tempo pareggiò i conti, mentre al 13° del secondo tempo fu proprio il grande Agostino a coronare il sorpasso firmando il 3-0 su calcio di rigore. Del resto dagli 11 metri era stato sempre freddo e glaciale, quasi invocando il testo della bella canzone di De Gregori. Agostino non aveva mai paura di tirare un calcio di rigore… E infatti, fu anche il primo ad andare a segno dal dischetto nella finalissima con il Liverpool del 30 maggio 1984: i rigori si erano resi necessari dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il destino premiò gli inglesi 4-2 (fatali gli errori di Conti e Graziani) e il sogno della Coppa Campioni svanì nel modo più brutto.
Insieme al maestro Liedholm, Agostino passò al Milan nel 1984/85, lasciando quindi la Roma dopo la bellezza di 308 presenze e 67 gol (coppe comprese). In maglia rossonera giocò tre stagioni, segnando 9 gol. Quindi l’ultimo anno in serie A nelle file del Cesena e due stagioni in C1 con la Salernitana, dove chiuse la carriera. La sua ultima rete da professionista, segnata il 27 maggio 1990 a Brindisi, fu decisiva per garantire la promozione in serie B alla squadra campana. Il mondo del calcio era tutto per Agostino Di Bartolomei e, nonostante avesse avviato alcune attività imprenditoriali personali, tentava in continuazione di reinserirsi nell’ambiente. Aveva in mente di diventare allenatore per ragazzi, di costruire una cittadella dello sport a S. Marco di Castellabate, il paese natale della moglie dove aveva trasferito la propria residenza. Nessuno sa con precisione perché abbia deciso di togliersi la vita; forse delusioni professionali o l’emergere di problemi economici. Ciò che resta nel ricordo è l’immagine di un campione serio e generoso; il suo ex compagno e amico Nela, vinto dalla commozione, riuscì solo a dire: “Agostino sarà sempre il mio capitano”!
Lucio Iaccarino
