L’analisi dei problemi annosi della squadra giallorossa che sono venuti a galla dopo la pesante sconfitta rimediata ieri sera contro la Juventus.
Ha ragione Zeman. A chi ieri sera, dopo la bruciante sconfitta della Roma per 4-1 a Torino contro la Juventus, gli chiedeva se il suo calcio possa essere redditizio ad alti livelli o sei sia superato, l’allenatore rispondeva: “Quando vedrò giocare la squadra secondo le mie idee, potrò rispondere”.
Quello che salta agli occhi, dopo questo inizio di campionato che vede i giallorossi con 8 punti in classifica (compresi i tre conquistati a tavolino contro il Cagliari) è proprio che la Roma non gioca in modo zemaniano.
Non ci sono i tagli degli esterni, quasi zero le sovrapposizioni, con l’eccezione di Balzaretti che a volte prova a farle, non si accorciano le linee, non si aggrediscono gli spazi. Anche i gol presi non hanno le caratteristiche di quelli che, solitamente, subiscono le squadre del tecnico boemo.
Il problema della Roma non è Zeman. O meglio, Zeman ha sicuramente delle colpe in questa partenza deficitaria, ma non vanno imputate al suo modo di schierare la squadra in campo.
Il mercato estivo è stato osannato come lungimirante, attento alla valorizzazione di giovani dall’avvenire futuro e con il complemento di giocatori più esperti come il terzino sinistro della nazionale; ma, in realtà, le scelte della dirigenza giallorossa hanno portato alla costruzione di una rosa incompleta, come si è visto per quanto riguarda la questione dell’esterno destro di difesa, ma che, soprattutto, manca di un elemento fondamentale: il carattere.
La Roma negli ultimi anni ha cambiato più volte la guida tecnica, affidandosi ad allenatori diversi nel modo di concepire il calcio, nella filosofia di gioco e nella personalità. Ma le prestazioni sul campo hanno mostrato sempre le stesse lacune: alla squadra è sempre mancato mordente, è sempre stata carente in personalità.
Ranieri invocava banditi, intendendo giocatori che magari non fossero il massimo da un punto di vista tecnico, ma che almeno ci mettessero tutta la grinta di questo mondo quando scendevano in campo. Non li ha avuti.
Prima di lui Spalletti aveva parlato di carenze caratteriali. Anche lo scorso anno, con Luis Enrique (a prescindere da discorsi tattici) si è vista una squadra che alle prime difficoltà si scioglie come neve al sole.
E quest’anno, nonostante un radicale cambio nella rosa dei giocatori, la musica sembra la stessa. Ieri sera, dopo l’errore di Lamela che avrebbe potuto portare in vantaggio la Roma, la squadra non ha più saputo costruire un’azione d’attacco degna di nota, nonostante il mister predichi nel suo credo un calcio decisamente offensivo; ha subito lo svantaggio, il raddoppio e il terzo gol bianconero in un’allucinante sequenza che sembrava unirli in un’unica tripla rete, talmente sono stati ravvicinati temporalmente, e non ha mai rialzato la testa, nemmeno facendo appello all’ultima arma rimasta nei momenti di disperazione: l’orgoglio.
Niente. Se non ci fossero state le traverse e i pali, come ha sottolineato lo stesso Zeman, la partita si sarebbe potuta concludere con uno scarto tennistico. Il paradosso è che anche sotto di sei gol la Roma non avrebbe reagito.
Non si può parlare di reazione per quanto riguarda l’inizio del secondo tempo perché ormai la Juve aveva rallentato il ritmo, sentendo la partita già abbondantemente archiviata e iniziando a pensare alla sfida europea di metà settimana. Il gol di Osvaldo non cancella niente di quanto scritto finora. E lo sanno benissimo Zeman, Sabatini e Baldini. E la squadra lo sa? Forse è proprio questo il punto.
Giocatori che pensano troppo alla pettinatura e troppo poco a capire che in attacco con Zeman si gioca faccia alla porta e non di spalle, che sembrano svogliati, che si sentono già fenomeni quando non hanno vinto nulla, non sappiamo se abbiano chiaro cosa ci voglia per competere a certi livelli in Serie A.
E qui il mea culpa di Sabatini, il direttore sportivo dei giallorossi, che ha dichiarato: “Non se se ho messo a disposizione di Zeman una rosa adatta”. Un’altra volta, come lo scorso anno, a gennaio, lo stesso refrain: abbiamo sbagliato campagna acquisti, servono correttivi, eccetera.
Non sarà, forse, che c’è un problema che sta a monte? Non sarà che, più che il modo in cui gioca Zeman, il problema sia che Lamela, dopo aver segnato un gol (spettacolare, sicuramente) contro il Palermo nei primi minuti di gioco sia stato etichettato come fenomeno?
O che Nico Lopez, dopo la rete contro il Catania, sia atteso come il messia? O che Piris, acquistato in estate per risolvere l’annosa questione della fascia destra, sia stato bollato dopo tre partite come un brocco ed è ormai bruciato, come Josè Angel l’anno scorso?
Per non parlare di Tachtsidis, per il quale si sono scomodati paragoni eccelsi dopo il gol in amichevole contro il Liverpool, dopo che lo si era bollato come oggetto misterioso al suo arrivo dopo un campionato di B disputato con il Verona e ora giudicato impresentabile?
Sì, forse il calcio di Zeman non è il massimo per quanto riguarda l’equilibrio. Ma sicuramente non c’è equilibrio a Roma nel modo in cui si giudicano i giocatori e la squadra, che a domeniche alterne è da scudetto o da retrocessione, senza mezze misure.
E manca la serenità per programmare, per costruire, si deve vincere subito, altrimenti si butta a mare tutto, per ricominciare da capo con un’ennesima annata di transizione.
Verso cosa? Verso un’altra annata di transizione.
Emanuele Giulianelli
