“Il cancro ha fatto di nuovo gol, sono ai tempi supplementari”. “L’uomo che combatte non perde mai” il suo motto.
Esattamente un anno fa Vincenzo Cosco, allenatore molisano della Torres (Lega Pro girone A), scrisse una toccante lettera aperta che fece commuovere il mondo del calcio. Il mister fu costretto ad abbandonare la panchina dei sardi a causa del ritorno del cancro, già sconfitto nel 1996; proprio facendo ricorso ad una metafora calcistica, nella lettera scritta per condividere e raccontare il dramma che stava vivendo Cosco parlava di “tempi supplementari” perché “il cancro ha fatto di nuovo gol e dovrò segnare ancora una volta la rete della vittoria”. Si trattava di un ritorno del male, perché da giocatore Vincenzo Cosco, difensore, era arrivato sino alla C2, ma nel 1996, quando indossava la maglia del Campobasso, fu costretto al prematuro ritiro dai campi di calcio per affrontare e sconfiggere la leucemia; vinta la battaglia, dopo qualche mese il ragazzo di Santa Croce di Magliano era già pronto per tuffarsi in una nuova avventura con l’entusiasmo, la grinta e l’onestà che lo hanno sempre contraddistinto e decise di intraprendere la carriera da allenatore. Inizia nel suo Molise guidando la Turris, vince i campionati di Eccellenza con Bojano e Termoli, allena anche l’Isernia, in Abruzzo la Pro Vasto e l’Atessa Val di Sangro, poi Paganese, Sopron (serie A ungherese), Gela e Pro Patria. Nel 2010 viene chiamato sulla panchina del Campobasso (C2): la squadra navigava nei bassifondi della classifica e rischiava di retrocedere, a fine campionato i rossoblu erano in sesta posizione e Cosco conquistò l’appellativo di “Special Wolf”. Dopo l’esperienza ad Andria, la promozione dalla serie D alla Lega Pro ottenuta con il Matera, poi il passaggio alla Torres, ultima squadra allenata da Cosco.
Riportiamo integralmente la lettera scritta dal mister:
“Cari amici, cari sportivi, cari tifosi della Torres,
è con un mix di sentimenti che vi scrivo: emozione in primis, ma anche col nodo in gola e, al contempo, con spirito battagliero, quello che mi ha sempre contraddistinto nel mondo del calcio. Quel carattere che mi ha permesso di partire dal mio piccolo paese, Santa Croce di Magliano, arrivando ad allenare fino in serie C.
Sono costretto a salutare il calcio e la Torres, ma spero che sia solo un arrivederci. Anzi, sono convinto che il mio saluto sarà solo un temporaneo allontanamento dallo sport che, insieme alla mia famiglia, è stato il mio mondo per quaranta anni.
La mia vita, alla Vigilia del Natale 2014, è cambiata in due ore, così come cambiò in un giorno di quel lontano 1996. Il cancro, sconfitto e annientato 18 anni fa, è tornato a invadere il mio corpo, in maniera più violenta. E, così, oggi per me inizia la ‘partita di ritorno’ contro il male del secolo. All’andata, per dirla nel gergo calcistico, ho vinto, ho trionfato: combattei, anche grazie al supporto della mia famiglia e dei miei amici più stretti, come un leone indomito ed ebbi la meglio.
Il cancro, oggi, ha fatto gol e io sono costretto ai tempi supplementari: una partita nella quale il pareggio non esiste. Sono costretto a vincere: devo farlo per tutta la mia famiglia, per mia moglie Silvana, per i miei piccoli, ma già maturi, figli, Gaia e Luigi, ma anche perché io ho sempre sostenuto che i sogni aiutano a vivere. Non posso far altro, dunque, oggi come non mai, che andare avanti sognando, per continuare a vivere e, quindi, restare vicino alla mia famiglia e ai miei cari, oltre che per riprendere quel sogno chiamato ‘calcio’.
Per far ciò dovrò battere ancora una volta il cancro:la fede, così come 19 anni fa, sarà la mia guida, insieme con l’affetto della mia famiglia e dei miei amici più stretti: vedere che chi mi sta più vicino ha macinato chilometri per raggiungermi a casa appena qualche ora dopo la drammatica diagnosi, mi ha riempito l’animo di quella necessaria e indispensabile voglia di combattere.
Inizia la mia partita più importante: quella contro il destino, atto secondo. Credo nel fato e sono convinto che chi è sopra di noi mi ha messo nuovamente alla prova.
Riparto dal secondo tempo di Torres-Cremonese: la mia squadra, sotto di due reti, è riuscita a imporsi per 3-2. Dalla panchina ho combattuto insieme ai ragazzi, senza sapere che dentro di me il male già covava da tempo. Il secondo tempo della mia ultima partita ufficiale sarà il leit-motiv dei miei prossimi mesi: servirà una prova di carattere, forza e orgoglio per sconfiggere il nemico che ha invaso il mio corpo, la mia corazza, quella che mi ha difeso nei momenti più difficili e grazie alla quale mi sono tolto delle grandi e belle soddisfazioni nel fantastico mondo del calcio.
La mia speranza è quella di tornare, quanto prima, su un prato verde, per riprendere a sognare con undici guerrieri pronti a dare tutto per una maglia, per i propri tifosi e per quel sogno che si coltiva sin da bambini.
Ringrazio il mio medico, Michele Iantomasi, colui che ha capito al volo, dai miei sintomi prima ancora di effettuare gli accertamenti, che il mio dolore era qualcosa in più di un semplice malanno passeggero. Ringrazio la Neuromed e il suo presidente (mio amico) Mario Pietracupa: ho trovato una disponibilità sia della struttura sia del suo vertice che, difficilmente, si riscontrano altrove. E approfitto per ringraziare la vicinanza di colui che è stato uno dei miei primi presidenti, diventato poi un pilastro per la mia vita e di quella della mia famiglia, Luigi Perrella. Non posso nemmeno fare a meno di ringraziare anche i vertici del mio attuale club, la Torres: il presidente Domenico Capitani, l’amministratore delegato Manolo Patalano e il direttore generale Enzo Nucifora mi hanno dimostrato un affetto in questi ultimi giorni che, forse, nel mondo del calcio non mi sarei mai aspettato. Il patron Capitani è la dimostrazione che non tutto il calcio è malato e che anche in questo mondo c’è spazio per i sentimenti, che vanno oltre i risultati e l’impegno economico. E un grazie anche all’amico-confidente Giuseppe Formato: lui mi ha detto che anche questa volta ‘l’Architetto’, ‘Colui che tutto move’, aggiusterà tutto. E così sarà. Ne sono certo. Datemi qualche mese: spero di tornare nuovamente in panchina nelle vesti di quel ‘leone indomito’ che è in me. Ciao a tutti, arrivederci”.
Vincenzo Cosco,
lo ‘Special Wolf’ molisano
Numerosi i messaggi di solidarietà (Javier Zanetti, Damiano Tommasi, Gianfranco Zola, Renzo Ulivieri per citare alcuni nomi, ma anche tantissimi sportivi e non) ricevuti dal mister, che aveva lasciato il segno e si era fatto apprezzare in ogni città in cui aveva allenato. Sottoposto ad intervento chirurgico a gennaio, per quattro mesi Cosco ha combattuto contro il male che già aveva invaso il suo corpo quando esultava per l’incredibile rimonta della sua squadra, sotto di due reti e capace di ribaltare le sorti nel match nella ripresa, vincendo 3-2. Nella lettera il mister scrisse che aveva intenzione di lottare come la sua Torres nel secondo tempo contro la Cremonese (guidata all’epoca da Giampaolo, attuale allenatore dell’Empoli). “L’uomo che combatte non perde mai”, il celebre motto di Vincenzo Cosco; lo “Special Wolf” ha lottato come un leone indomito, ma stavolta il male ha avuto la meglio: Cosco se ne va il 9 maggio 2015 a soli 51 anni (al funerale presenti oltre 2500 persone, giunte a Santa Croce di Magliano da ogni parte d’Italia), una grave perdita per il mondo del calcio, ma il suo ricordo è vivo nei cuori di tutti coloro che lo hanno amato.
Alessandro Marone
