La serie A bocciò il mediano brasiliano, Mazinho, dopo le stagioni con Lecce e Fiorentina.La sua personale rivincita fu micidiale: campione del mondo nel 1994!

Mazinho

Iomar Mazinho(foto Solofutbol)

“La vendetta è un piatto che va servito freddo”, lo sappiamo un po’ tutti… E di certo sono parole che conosce bene anche l’arcigno e versatile  centrocampista brasiliano Mazinho, che svolazzò nel nostro campionato circa venti anni fa per cercare gloria e fortuna. Siccome per svariati motivi non ci riuscì, fu mandato quasi subito via con poca educazione e molta fretta: un po’ come quando si vuole comprare una giacca o un vestito al negozio e si decide, nonostante le insistenze della commessa, di passare ad altro senza neanche provare l’indumento. Iomar do Nascimento Mazinho e la nostra serie A si lasciarono quindi troppo presto, come due fidanzati che mal si sopportano: il brasiliano si sentì ingiustamente scaricato e, nonostante un carattere docile come un agnellone, in cuor suo già meditava una tremenda vendetta…

Mazinho nacque, ovviamente povero, l’8 aprile 1966 a Santa Rita e, fin dalle giovanili del Vasco da Gama, si era distinto per una lodevole duttilità tattica. Una qualità apprezzata ma molto rara, specie in un giovanissimo; Iomar si disimpegnava bene in tanti ruoli. Era nato come terzino destro, arrivando a giocare in quel ruolo fino alla Seleçao vittoriosa in Coppa America nel 1989. Ma i brasiliani, si sa, hanno il pallone nel sangue e sanno adeguarsi a qualsiasi ruolo o situazione; ad esempio l’immenso Pelé, stando a diverse testimonianze, era bravissimo anche in porta e sarebbe potuto diventare un ottimo portiere. Iomar fu spostato qualche metro più avanti e, visto che giocava anche con intelligenza, divenne un centrocampista centrale abile in tutte e due le fasi. Se gli si chiedeva di randellare e picchiare duro i trequartisti avversari, obbediva con disciplina e non si tirava mai indietro; se gli si chiedeva qualità e fosforo, diventava un regista e un ricamatore di gioco di buon livello.

Era la gioia per tutti i suoi allenatori: al Vasco, una volta entrato in prima squadra, non perse mai il posto e in cinque stagioni totalizzò 225 presenze con 15 gol, vincendo anche il titolo nazionale nel 1989. Come detto, Mazinho era già nell’orbita della nazionale brasiliana ma, nel campionato del mondo del 1990 in Italia, non scese in campo neppure per un minuto in tutta la competizione. La Seleçao di Sebastiao Lazaroni fu eliminata agli ottavi di finale, ma molti componenti di quella rosa quell’estate trovarono comunque un consolatorio ingaggio nei nostri club.

A Mazinho toccò il Lecce, formazione che aveva un solo, unico obiettivo: la salvezza in serie A. Il polacco Boniek debuttava come allenatore in una panchina di livello, mentre gli uomini-cardine del sodalizio salentino erano l’argentino Pedro Pablo Pasculli, Alejnikov, Paolo Benedetti e un giovanissimo Antonio Conte. La stagione 1990/91 fu, come nelle previsioni, una sofferenza continua e in ogni gara si doveva sudare e soffrire. Iomar Mazinho giocò alla grande; il debutto nel calcio italiano fu tutt’altro che traumatico per lui. A centrocampo faceva di tutto e lo faceva sempre bene: copriva e suggeriva, marcava e poi diventava regista, macinava chilometri e poi si spingeva con lucidità in avanti. Insomma un jolly preziosissimo, con piede sensibile agli assist e capace pure di andare in rete per due volte (contro Cesena e Bologna). Boniek non perdeva occasione per elogiare il brasiliano, che del resto fu l’unico del Lecce a giocare tutte le 34 partite del campionato, senza saltarne neanche una. Ma il suo gran lavoro non bastò; Mazinho era il classico predicatore nel deserto e il suo Lecce chiuse al 15° posto con 25 punti. Troppo pochi per salvarsi e fu serie B.


Iomar passò allora alla Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori, una squadra dal profilo tecnico decisamente migliore e con una discreta rosa; ma le tante speranze andarono di nuovo in fumo. Stavolta fu un infortunio al ginocchio a rovinare la stagione di Mazinho; giocò poco e spesso sotto i suoi standard, totalizzando soltanto 21 presenze senza gol. Non mancarono alcune incomprensioni con lo staff sanitario viola: “Dopo l’operazione, correvo e sentivo ancora dolore al menisco. E mi costrinsero a giocare così: un vero calvario”. Il calcio italiano è una vera giungla: non concede a nessuno molte opportunità, anche se sei capace. Ecco perché Iomar Mazinho, dopo l’amara stagione alla Fiorentina (con anonimo 12° posto), fu costretto a traslocare, prima in Brasile e poi in Spagna.

Da quel momento, come per incanto, gli girò tutto a meraviglia! Al Palmeiras vinse, e giocando alla grande, due campionati di fila (1993,1994). Successivamente, trovò la sua giusta dimensione in Spagna militando in club di prima fascia come il Valencia (73 presenze in due anni) e Celta Vigo (114 presenze e 8 gol). Divenne un punto di riferimento e un idolo per le due tifoserie; fu uno dei migliori centrocampisti della Liga, abbinando sempre costanza di rendimento e squisito senso tattico. Si tolse grandi soddisfazioni, come ad esempio segnare un gol al Real Madrid e uno al Barcellona; non male per un mediano…

In mezzo a tutto ciò, però, arrivò anche il cioccolatino più dolce della sua vita; nel 1994, e con una massiccia dose di fortuna (leggasi defezioni o infortuni di altri brasiliani) fu convocato dal CT Carlos Alberto Parreira per il mondiale statunitense. Tutte le frustrazioni si trasformarono in soddisfazioni; Mazinho divenne addirittura titolare in quella Seleçao, giocando sei partite su sette e togliendo il posto al lentissimo Raì. Quel Brasile divenne campione del mondo per la quarta volta nella sua storia, a 24 anni di distanza da Messico ’70. Le stelle più brillanti furono Romario, Bebeto, Branco e Aldair: e con loro c’era con merito anche lui, il timido  Mazinho da Santa Rita. In finale fu proprio l’Italia, che troppo in fretta l’aveva scartato e giubilato, a soccombere ai calci di rigore: 3-2 il 17 luglio al Rose Bowl di Pasadena.

Iomar alzò la coppa più ambita in faccia ai vari Roberto Baggio, Franco Baresi e al presuntuoso mister Arrigo Sacchi. Da buon cristiano (è anche Atleta di Cristo), Mazinho non parlò mai di rivalsa o di risentimento verso qualcuno; del resto, ha ancora oggi molti amici a Lecce e Firenze, ed è benvoluto da tutti. Ma da sportivo il discorso è certamente diverso, ed è giusto che sia così… Spesso, quando si fa la barba nella sua bella casa a Barcellona, qualche vicino lo sente esibirsi nella straordinaria opera Rigoletto di Giuseppe Verdi: “Si! Vendetta, tremenda vendetta!!!”

Lucio Iaccarino

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