C’è un detto non ufficiale ma ben conosciuto in Italia: ogni cittadino nasce con due passioni ereditate, la cucina e il calcio. E in entrambi i casi, ovviamente, sa fare tutto meglio degli altri. Secondo un sondaggio condotto da Kantar Media per conto della FIGC, oltre 32 milioni di italiani si dichiarano interessati al calcio, pari al 64% della popolazione adulta. Un dato che non ha rivali tra gli sport nel nostro Paese. E che, in fin dei conti, alimenta in molti la certezza assoluta di saperne più dell’allenatore in panchina.
E così, per tantissime persone seguire il calciomercato estivo non è solo un curioso piacere, ma quasi una declinazione professionale. Si studiano le trattative, si commentano gli acquisti, si criticano le cessioni come se si fosse dei direttori sportivi. E quando inizia il campionato, ognuno ha già pronta la formazione ideale, il modulo perfetto e la lista degli errori che il tecnico sta per commettere.

Da dove viene la sindrome da panchina
Se quanto sopra è assodato, forse non lo è l’origine di questo fenomeno tutto italiano. Per rispondere a questo dilemma, si può ben rammentare come nel nostro Paese il calcio non sia mai stato solo uno sport quanto, piuttosto, un collante sociale, un linguaggio comune tra generazioni, classi sociali e regioni diversissime tra loro.
Pertanto, a differenza di altri Paesi in cui la cultura sportiva tende al rispetto del tecnico e alla fiducia nel progetto, in Italia esiste una tradizione di contestazione istintiva e immediata. L’allenatore sbaglia la formazione già prima che inizi la partita. Quella specifica sostituzione è sempre la mossa sbagliata. E il modulo scelto è, sistematicamente, quello meno adatto agli avversari di turno.
Il bar è un secondo spogliatoio
A quanto sopra si aggiunga che, tipicamente, il luogo dove questa passione si manifesta in modo più vivido è senza dubbio il bar. Ogni lunedì mattina, in qualsiasi angolo d’Italia, si consumano le stesse scene, con uomini di ogni età che ricostruiscono la partita del giorno prima con apparente competenza, discutendo di pressing alto, linea difensiva e costruzione dal basso.
Il bar sportivo italiano è di fatto un secondo spogliatoio. Qui, analisi tattiche si mescolano a cieca passione, e il risultato finale, in fondo, conta meno del processo: quello che importa è avere ragione sulla formazione, sulla sostituzione, sul rigore che non c’era.
È il Ct della Nazionale il bersaglio preferito
Se ogni allenatore di club vive sotto una pressione costante, il commissario tecnico della Nazionale è in assoluto la figura più esposta al giudizio popolare, in qualsiasi momento storico, ma soprattutto in questo.
Con la mancata qualificazione della Nazionale al terzo Mondiale di fila, infatti, tutti si sono sentiti in diritto di smontare l’intero sistema, dimostrando come la critica collettiva non sia mai un fenomeno temporaneo ma una condizione permanente dello sport italiano. Ma l’esclusione da una competizione, in fondo, non fa che amplificare ciò che esiste già in tempi normali e di cui abbiamo già parlato nelle scorse righe: la certezza diffusa di poter fare meglio.
La passione può diventare vera competenza
Ad ogni modo, il paradosso affascinante di questa abitudine nazionale è che, in molti casi, dietro all’opinionismo da bar si nasconde spesso una vera cultura calcistica. Gli italiani conoscono il calcio davvero, e non solo quello di casa propria. Sanno riconoscere una trappola del fuorigioco ben costruita, distinguono il falso nueve dal centravanti di manovra e ricordano a memoria formazioni di vent’anni fa.
D’altronde, il calcio italiano ha prodotto alcune delle scuole tattiche più innovative della storia, dal Catenaccio degli anni Sessanta al gioco di posizione di Sacchi, passando per il pressing totale di Sarri!
Il fenomeno che non accenna a invecchiare
La cosa più curiosa è che questa sindrome da allenatore non accenna a diminuire con l’evoluzione dei media e della comunicazione. Anzi, i social network l’hanno amplificata in modo esponenziale. Se un tempo bastava il bar sotto casa, oggi ogni partita genera migliaia di formazioni alternative sui gruppi WhatsApp, centinaia di analisi tattiche su X e valanghe di commenti sulle pagine dei club.
Essere tifoso in Italia significa dunque, quasi inevitabilmente, sentirsi anche un po’ allenatori: non certo una debolezza del carattere nazionale ma, forse, la prova più autentica della passione verso questo sport.