Avere talento e fare di tutto per bruciarsi: Adriano è uno spot per i giovani, ma al contrario. Con Inter, Fiorentina, Parma e Roma una lenta agonia!

Adriano

Adriano(foto Sport.it)

Leggendo le biografie degli uomini che hanno fatto la storia dell’umanità, anche in contesti e situazioni diverse, scopriamo che talvolta il talento è messo a dura prova. Artisti come Leonardo e Michelangelo o scienziati come Newton, prima di raggiungere l’apice, hanno dovuto fronteggiare ostacoli e problemi di natura psicologica e sociale, come se l’estro debba superare un esame o combattere coi tormenti dell’anima.

L’arte affiora sempre, anche se nel percorso è mortificata o umiliata; anzi, è destinata a rinascere più vivida e forte di prima. Sono da condannare severamente invece coloro che dilapidano (senza pentirsi) tutto quello che Madre Natura ha generosamente offerto. Il concetto base è da trasferire nel calcio, e senza nessuna dietrologia. In Brasile ci sono milioni di bambini che provano a vincere la fame e la povertà col solo modo che conoscono: giocare a calcio.

Quei pochissimi che sfondano e diventano ricchi e famosi non hanno alibi e hanno il dovere, davanti a Dio e alla gente comune, di sfruttare le loro qualità. Ecco perché se fossimo in un processo, gente come Adriano meriterebbe la peggiore fra le condanne…


Adriano Leite Ribeiro (17 febbraio 1982-Rio de Janeiro) passerà alla storia del football come un discreto attaccante giramondo, ma aveva le potenzialità per entrare nei primi 10 calciatori di tutti i tempi. Non c’è riuscito solo e soltanto per colpa sua. Stupì il mondo quando, da ragazzino neanche ventenne, segnò su punizione al Real Madrid nel mitico stadio Santiago Bernabeu. E non fu un tiro come tanti, ma un sinistro preciso e soprattutto potentissimo: una cannonata che tramortì il club più ricco e prestigioso del globo.

Adriano aveva la maglia dell’Inter, che l’aveva appena prelevato dal Flamengo, e aveva l’entusiasmo di chi vuole spaccare il mondo con tutto quello che c’è dentro. Poteva farcela, e le prime apparizioni in nerazzurro gli regalarono consensi e conferme: Adriano era un attaccante possente ma rapido e completo, con un fisico massiccio che non intralciava una buona tecnica di base. Senza dimenticare quel formidabile piede sinistro, che se utilizzato a dovere poteva fare più danni di una volpe in un pollaio. Rileggendo la parabola di Adriano, si può sospettare che i primi a sbagliare furono proprio i dirigenti e l’area tecnica dell’Inter, che non puntarono con decisione sulle sue qualità.

In attacco, però,  i nerazzurri avevano Ronaldo, Vieri e Recoba; cosa farne del brasiliano prodigio? Adriano andò in prestito alla Fiorentina e in comproprietà al Parma e furono esperienze tutto sommato positive, nonostante la retrocessione dei viola in serie B. In particolare, a Parma trovò un ambiente tranquillo e pacato e riuscì ad esprimersi al meglio. Si meritò il soprannome di Imperatore e rientrò all’Inter nel 2004, dove confidava di emergere e vincere col club che aveva creduto in lui. Il calcio italiano stava per vivere un’epoca drammatica e grottesca, con la telenovela di Calciopoli, degli scudetti revocati e delle squalifiche, degli arbitri e delle schede telefoniche.

L’Inter e Adriano vinsero scudetti e Coppe Italia a raffica, mancando purtroppo soltanto la consacrazione internazionale con la Coppa dei Campioni. Il brasiliano era incisivo e piuttosto convincente sotto porta, ormai le sue qualità erano riconosciute da tutti. Gol e vittorie, ma in mezzo a tutto quel trambusto nessuno si accorse che qualcosa nel ragazzo non andava. Tristezza, apatia, saudade o richiami romantici della persa gioventù: sono stai scritti milioni di libri e volumi, ma resta il mistero… Cosa s’inceppa nella testa di quelli come Adriano?

Le situazioni le conosciamo a memoria e colpirono puntuali il nostro  brasiliano; si comincia col disertare gli allenamenti, poi si fa baldoria la sera e la notte in discoteca. Mangiare e bere, bere e mangiare: Adriano, oltre ai vizi più disparati, sembrava amare particolarmente questi due verbi. La parabola discendente cominciò a manifestarsi quando era ancora all’Inter, per poi evolversi con maggiore impeto nelle squadre successive che ebbero la sventura di ingaggiarlo. Appesantito, pachidermico e lento nei movimenti, non poteva di certo pensare di giocare dignitosamente a pallone: ma lui ci provava lo stesso, con tanto di promesse di fare il bravo bambino. Promesse da marinaio, appunto…


Fallì dappertutto, deludendo anche i suoi connazionali nei campionati del mondo del 2006. In quel Brasile, partito favoritissimo ma eliminato a sorpresa ai quarti di finale, Adriano segnò due gol ma fu comunque criticato aspramente per la pessima condizione fisica. Il peggio doveva ancora venire, con quella pancia che aumentando sempre di più divenne quasi il suo marchio di fabbrica. Del resto, a differenza di altri campioni “allegri” (pensiamo ad artisti come Maradona, Romario e lo stesso Totti), il guaio di Adriano era proprio organico: il suo modo potente e irruente di giocare necessitava di un fisico integro e in perfetta forma.

Nessuno riuscì a farlo ragionare, ci provò inutilmente anche uno psicologo.  Molto più semplicemente, potremmo tagliare corto e dire che un tipo come lui non era adatto allo sport professionistico, che comunque merita sacrifici. Assolutamente patetiche le prestazioni con le ultime squadre in cui ha militato, come il Flamengo e la Roma; Adriano passerà piuttosto agli annali per quella passione per la birra che non smette tuttora di divorarlo. E non devono passare inosservati i suoi 3 Bidoni d’Oro (record di vittorie) conquistati con Inter e Roma. Questo è stato Adriano Leite Ribeiro: per una volta dovremmo prendere a calci lui e non un pallone…

Lucio Iaccarino