Troppo presto considerato il “Pelé del 2000”, l’ex golden boy del soccer da anni gira il mondo alla ricerca di sé stesso.

Freddy Adu  (fonte foto www.footballlive.ng)

Freddy Adu (fonte foto www.footballlive.ng)

Poco più di dieci anni fa iniziarono a circolare notizie e video riguardanti un ragazzino statunitense che faceva faville con un pallone tra i piedi. Aveva 14 anni e la Major League Soccer gli aveva fatto firmare un contratto da professionista, il più giovane di sempre, appoggiata dalla Nike e da prospettive splendenti. Si parlava del “Pelé del 2000” per Freddy Adu, ghanese di nascita ma residente negli USA fin da bambino. Oggi ha 26 anni e delle meraviglie che prometteva non ha mostrato praticamente niente. Si diceva che avrebbe portato gli USA sul tetto del mondo anche nel ‘soccer’, invece si fa fatica a seguire le orme di una carriera che va sempre più a picco. Vediamo che fine ha fatto Freddy Adu.

Nato il 2 Giugno del 1989 a Tema, 25 km a est di Accra, capitale del Ghana, Fredua Koranteng Adu debuttò in MLS il 3 Aprile del 2004, non ancora quindicenne, divenendo il più giovane debuttante del campionato nordamericano. Due settimane dopo, un nuovo record: più giovane calciatore di sempre a segnare in MLS, in un match che la sua squadra – il D.C. United – perse per 3-2 contro i N.Y. MetroStars. Bassino (173 cm) ma rapido e potente, Adu pareva avere tutte le caratteristiche del calciatore del nuovo millennio, capace di unire fisico e tecnica, spietato sotto porta ma anche predisposto al gioco di squadra.

Freddy Adu con Pelé  (fonte foto www.diez.hn)

Freddy Adu con Pelé (fonte foto www.diez.hn)

Mosse i primi passi sulla scena calcistica internazionale partecipando al Mondiale Under-17 del 2003 in Finlandia, in cui realizzò 4 reti in 4 gare. Pochi mesi dopo prese parte senza brillare al Mondiale Under-20 negli Emirati Arabi Uniti, competizione cui partecipò con simili risultati anche due anni dopo (Egitto 2005, Argentina campione con Messi protagonista assoluto). Il 22 Gennaio del 2006 si convertì nel più giovane debuttante di sempre nella nazionale statunitense, venendo schierato dal ct Bruce Arena in una amichevole contro il Canada. Per evitare di bruciarlo, l’attuale coach dei L.A. Galaxy non lo portò ai Mondiali del 2006, negandogli la possibilità di essere il più giovane debuttante di sempre in Coppa del Mondo (aveva appena compiuto 17 anni ed il record appartiene tutt’ora al nordirlandese Norman Whiteside, che esordì a Spagna ’82 a 17 anni ed 1 mese). L’anno successivo prese parte al Mondiale Under-20 in Canada, iniziando bene (hattrick nella seconda gara contro la Polonia) ma finendo malaccio, incapace di evitare che la sua squadra venisse eliminata ai Quarti di Finale contro l’Austria in una competizione che avrebbe poi vinto l’Argentina di Agüero e Di María. Fu l’inizio della fine…

Al rientro dal Canada, si trasferì senza far rumore al Benfica in cambio di 2 milioni di Dollari, debuttando in Champions League il 14 Agosto del 2007. L’impatto con l’Europa, però, fu più difficile del previsto: non si adattò al calcio del Vecchio Continente e, dopo un discreto inizio, finì fuori dai piani degli allenatori che in quel periodo si alternarono sulla panchina del club di Lisbona. Passato inosservato alle Olimpiadi di Londra 2008, andò in prestito ad un Monaco che viaggiava verso la rovina, completando una nuova stagione deludente, con 10 presenze in totale e nessun gol. Per l’annata 2009/10 giocò in prestito prima nel Os Belenenses e poi nell’Aris Salonicco, ancora molto al di sotto delle aspettative, così perdendo la possibilità di partecipare ai Mondiali di Sud Africa 2010. A gennaio 2011 andò in Turchia, al Çaykur Rizespor, ultimo prestito prima della scadenza del contratto col Benfica.


Già ventiduenne, tornò a casa, in MLS, firmando per il Philadelphia Union alla ricerca della stabilità perduta. Ritrovò la stabilità ma non lo spunto. Incapace di accettare la cruda realtà, provò a rilanciarsi tra Brasile (Bahia, due gettoni in sette mesi nel 2013), Inghilterra (non superando un provino col Blackpool ad inizio 2014), Norvegia (un mese in prova allo Stabæk allenato dall’ex ct degli USA Bob Bradley, Giugno 2014), Olanda (non convinse Van Gaal all’AZ Alkmaar nell’estate 2014), Serbia (riuscendo a strappare un contratto allo Jagodina ma venendo licenziato dopo soli cinque mesi) e Finlandia (5 presenze ma gol solo in amichevole col KuPS la passata Primavera).

La scorsa settimana è tornato di nuovo negli USA, firmando coi Tampa Bay Rowdies, squadra militante nella NASL, la seconda divisione del calcio nordamericano. Oggi Freddy Adu ha 26 anni. Lontani sono i tempi in cui si parlava di lui come del “Pelé del 2000”, tempi in cui Manchester United, Barcellona e Juventus litigavano per strappare una opzione d’acquisto sul fenomeno made in USA. Forse la pressione dovuta ad aspettative tanto alte per un ragazzino considerato una star già a 14 ha pesato più delle qualità che indubbiamente aveva e tutt’ora ha. Come succede troppo spesso, ha curato di più l’aspetto mediatico che l’aspetto tecnico, dedicando maggiori energie a spot ed interviste che ad allenamenti e partite.
Oggi Freddy Adu tenta l’ennesimo rilancio, partendo dal basso nella speranza non tanto di scalare le più alte vette del calcio mondiale, quanto almeno di trovare un po’ di stabilità e di normalità.

Mario Cipriano