Premier League e Serie A: Perché i conti non tornano (Source: pexels.com)

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Chi segue il calcio europeo sa bene che l’Inghilterra continua a dettare legge quando si parla di fatturati. I club della Serie A, anche se sono molto talentuosi e hanno un seguito non da poco, sono sempre un po’ indietro rispetto ai loro rivali in Premier League. Lo dimostrano i ricavi dai diritti televisivi, dagli stadi e dal marketing globale.

Ma perché? Le ragioni non sono solo economiche, c’è da prendere in considerazione la struttura degli impianti, la governance del campionato, la capacità di vendersi all’estero e addirittura la lotta alla pirateria.

In questo articolo vediamo quali sono i fattori che alimentano il divario, cerchiamo di fare affidamento sui dati che abbiamo a disposizione.

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Diritti televisivi: un abisso sempre più profondo

Il primo punto da considerare è il valore delle licenze TV. A fine 2023 la Premier League ha firmato con Sky e TNT un accordo domestico da 6,7 miliardi di sterline per il quadriennio 2025-2029. È il pacchetto nazionale più ricco mai siglato nel Regno Unito e garantisce la trasmissione di 270 partite a stagione.

La Serie A ha rinnovato pochi mesi prima con DAZN e Sky per il periodo 2024-2029: circa 900 milioni di euro l’anno, cioè 4,5 miliardi in totale. Se guardiamo il ricavo annuale, quindi, l’incasso italiano è poco più di un terzo di quello inglese. Questo gap si amplia ancora di più se aggiungiamo le vendite internazionali, dove la Premier incassa di più in USA, Asia e Medio Oriente.

Ma perché c’è questa differenza di valore?

  1. Audience globale consolidata: La Premier League ha puntato fin dal 1992 su delle finestre orarie pensate per l’Asia e per le Americhe. Ha costruito un pubblico che oggi garantisce dei margini premium agli operatori internazionali.
  2. Stabilità regolamentare: Il campionato inglese rinnova i diritti con una cadenza regolare e offre dei pacchetti chiari. La Serie A, invece, ha vissuto delle incertezze politiche e contrattuali che ne hanno compresso il valore percepito.
  3. Pirateria: L’Italia resta fra i mercati europei più colpiti dagli streaming illegali. Non a caso la Lega Serie A ha firmato a dicembre un accordo con Meta per rimuovere in tempo reale le dirette non autorizzate, ma l’impatto economico del fenomeno resta alto e deprime l’offerta dei broadcaster.

Stadi moderni e ricavi da giornata

Il secondo fattore è l’esperienza allo stadio. Nella stagione 2024/25 la Premier League viaggia su una media di 40.453 spettatori, mentre la Serie A si ferma a circa 30.872. Questo dato fotografa non solo l’interesse del pubblico locale ma anche la capacità di monetizzare hospitality e servizi aggiuntivi.

In Inghilterra, gli impianti di ultima generazione, dal Tottenham Hotspur Stadium al rinnovato Anfield, permettono di avere delle biglietterie dinamiche, delle sky-box e delle aree commerciali aperte tutto l’anno. L’Italia paga invece degli stadi datati, spesso di proprietà comunale, che limitano l’agilità degli investimenti e la qualità dell’offerta. Solo la Juventus e l’Udinese dispongono di strutture di proprietà pensate per un uso commerciale continuo.

 

Potenza del brand e sponsor globali

Terzo punto: la forza commerciale. Un rapporto UEFA pubblicato a marzo 2025 evidenzia che il ricavo medio di un club di Premier League ha toccato i 357 milioni di euro nel 2023, record in Europa. La stessa stagione ha visto la Serie A generare 3,8 miliardi in totale, pari a meno di 200 milioni per club. L’inglese, insomma, fattura quasi il doppio per singola società.

Questo surplus nasce da un ecosistema che vende il campionato non come una semplice gara sportiva ma come un intrattenimento mainstream: social media coordinati, storytelling unificato, eventi come la Premier League Summer Series negli USA che allargano la base di sponsor tech e lifestyle. In Italia le iniziative di marketing centralizzato sono più recenti e meno incisive; la Lega Serie A si è mossa nel 2025 con delle partnership digitali (ad esempio l’accordo con Reddit), ma il ritardo resta evidente.

Un altro vantaggio inglese è la presenza di brand manager internazionali all’interno dei club. L’Arsenal, per esempio, ha quadruplicato i ricavi da stadio grazie a dei pacchetti hospitality venduti a dei tour operator asiatici. Molte società italiane, invece, dipendono ancora dagli sponsor di prossimità e dalle plusvalenze sui cartellini.

 

Governance, visione e prospettiva futura

Infine incide l’organizzazione del sistema. La Premier League è nata come un’entità privata gestita dai 20 club che dividono le entrate con un criterio relativamente equilibrato, ma mantengono la libertà di massimizzare i ricavi commerciali individuali. La Serie A ha un modello analogo solo sulla carta: le tensioni politiche fra le società bloccano spesso le riforme (dalla ristrutturazione dei calendari ai limiti sugli ingaggi) e l’intervento statale nello sport professionistico resta elevato.

Il diverso atteggiamento verso l’investimento privato rende l’Inghilterra più appetibile, come dimostrano gli ingressi delle proprietà saudite, statunitensi e ora anche indiane nei club di medio-piccola taglia. In Italia, dei tentativi simili incontrano degli ostacoli burocratici e degli iter autorizzativi dilatati.

Un altro tema è l’applicazione delle regole UEFA sul sustainability control: la Premier, anche se multa i club come l’Everton o il Nottingham per gli sforamenti, mantiene un quadro di crescita stabile. La Serie A, invece, ha ancora dei bilanci in rosso diffusi, con delle eccezioni virtuose come il Napoli e la Lazio.