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  L'INTERVISTA ALLA VOCE DEL MOMENTO


Caressa: quando il telecronista trasmette emozioni

La “Bild” lo ha messo fra gli undici motivi per cui era giusto che l’Italia vincesse i mondiali. Su Internet la sua voce ha inondato tutti i siti. Sui telefonini ha sostituito le suonerie. «Chiudiamo le valige, si va a Berlino», urlava Fabio Caressa, telecronista sportivo di Sky ogni volta che la nazionale di calcio superava un turno ai mondiali in Germania. Oppure «Abbracciamoci forte e vogliamoci bene stasera».
O anche, il massimo: «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo», quattro volte, una per ogni mondiale vinto, citazione di Nando Martellini che lo urlò tre volte dopo la vittoria in Spagna. Per gli appassionati Fabio Caressa è un mito come lo era Nicolò Carosio per quelli di qualche generazione fa. Ma Carosio descriveva la partita. Lui le emozioni: «Quello che manca ai telespettatori è la passione, l’atmosfera dello stadio, il pathos».

Ma quelle frasi te le prepari a casa?
«Nulla è improvvisato. Studio sempre quello che devo dire».

È studiata anche: «E adesso l’arbitro manda tutti a prendere un the caldo?».
«Certo. Ma in Germania faceva molto caldo e allora ho detto: “L’arbitro manda tutti a prendere una bevanda rinfrescante, ein frische getraenk”».

Ne hanno scaricate molte di tue frasi da internet?
«Mi hanno detto 5 milioni, una cifra assurda».

Sei diventato miliardario.
«Era tutto gratis, non ho preso una lira. C’erano 167 mila pagine su di me dopo i mondiali. Ho controllato su Google».

Perché queste frasi-tormentone?
«C’è chi dice che sono presuntuoso e mi metto al di sopra dell’evento. Ma io sono un medium, uno strumento. Il filo conduttore tra quello che succede in campo e ciò che arriva a casa. Ha tirato di destra e segnato? Va bene, l’han visto tutti. Io voglio far filtrare l’emozione con la mia voce e il mio modo di cadenzare».

Per esempio quando dici «Cannavaro» con un forte accento sulla prima sillaba.
«Esatto. Ho fatto anche studi di metrica. Gli antichi poeti usavano la metrica per fare un racconto emozionale. Se lo facevano loro, allora posso farlo anche io».

Fammi un esempio.
«Hai presente “arma virumque cano Troiae qui primus ab oris?”. Io alla fine del mondiale ho declamato: “Alza la coppa capitano, alza la coppa, alzala alta al cielo”. Più o meno la stessa cosa...».

Bè, insomma.
«È un tentativo».

Vediamo se ho capito bene: il telecronista non serve.
«Il telecronista è la colonna sonora dell’avvenimento. Io ho la fortuna di avere accanto Bergomi che è un fenomeno. È lui che dà le spiegazioni tattiche e tecniche. Capisci?».

Capisco che è del tutto inutile dire: «Scatta sulla destra Materazzi e passa la palla al centro».
«La mia telecronaca è come la musica in un film. Ogni scena ha la sua musica. Se quando c’è aria di gol io riesco a fare in modo che tu a casa ti sposti sulla punta della poltrona, ho fatto bene il mio lavoro».

Come hai iniziato a fare il giornalista?
«Canale 66. Poi Teleroma 56, la tv dei radicali. Poi Tele+».

Laziale o romanista?
«Nessuna delle due...».

Non ci credo nemmeno se me lo giuri su Totti. Hai la faccia da romanista.
«Un po’ più romanista che laziale. Me le attribuiscono un po’ tutte. Una settimana sono juventino, una settimana interista. Ma quelli che mi hanno massacrato di più sono stati i tifosi della Roma. Ho criticato alcuni atteggiamenti degli ultras e mi sono perfino arrivate e-mail con minacce di morte».

Da ragazzo giocavi a pallone?
«Ero il classico pippone».

Amori?
«Ero grassoccio e timido. Non avevo il coraggio di lanciarmi. E quando mi lanciavo non c’era la rete e mi sfracellavo».

Alla fine ti sei sposato la bella Benedetta, sorella della bella Cristina Parodi. Mica male per un imbranato.
«Incontrare mia moglie è stata la più grande fortuna della mia vita».

La politica?
«Frequentavo i giovani socialisti, ma quando qualcuno cominciò a farmi dei discorsi sulle tessere, da prendere, da comprare, mi sono imbestialito e me ne sono andato».

Hai conosciuto Craxi?
«Credo di essere stato l’ultimo a intervistarlo in tv, due mesi prima che morisse. Fu molto emozionante. Ogni volta che si parlava di Italia si commuoveva e si metteva a piangere».

Dopo i socialisti, i radicali...
«Rutelli era il più simpatico, era un battutaro. Pannella aveva carisma. Gli andavo a comprare le Gauloises, cinque o sei pacchetti per volta. Stanzani era burbero, però ti dava sempre un consiglio. C’era anche chi non mi piaceva. Teodori, arrogantello. Come Taradash e Negri. Tutti un po’ presuntuosi. Alcuni, poi, avevano una certa tendenza alla bestemmia che mi urtava i nervi. Perfino le donne bestemmiavano».

Questo governo ti piace?
«Avrei votato ancora più volentieri questa maggioranza con Veltroni al posto di Prodi. Oltre tutto avrebbero vinto meglio».

Hai difficoltà a riconoscere i giocatori in telecronaca?
«Mi aiuto con i movimenti e la posizione in campo. Ci sono partite in cui non ho mai saputo se ho detto i nomi giusti. Nel ’93, per Israele-Svezia, mi arrivarono le formazioni in ebraico. Nessuno in Italia ha mai saputo esattamente chi ha giocato».

C’è pubblicità occulta nel calcio?
«Secondo te perché le telecamere indugiano sul pallone quando c’è il rinvio del portiere?».

Pallone e scarpa in una botta sola.
«Più all’estero che in Italia. Ci sono certe partite in Germania dove si vedono più piedi che giocatori».

C’è qualche giocatore che si toglie la maglietta. E sotto...
«Non più. Alcuni giocatori si toglievano la maglietta quando segnavano, come Vieri che sotto aveva la pubblicità del suo marchio, Baci e abbracci. Ma gli sponsor l’hanno vietato».

Quali sono le trasmissioni televisive che non ti piacciono?
«Quelle come “Buona domenica”. Ma anche quelle pseudo intellettuali. Certe puntate di “Ballarò” mi annoiano mortalmente. Mi piace invece Vespa. Prova a fare un esperimento. Un ospite di Vespa dice una cosa. A te viene in mente una domanda. Vespa quella domanda gliela fa. È un fuori classe».

Rivalità con quelli della Rai durante i mondiali?
«Un po’. Loro facevano gli “sboroni”. Ma alla fine hanno smesso. Tutti tranne uno, il direttore di Rai Sport, Maffei. Il giorno prima della finale davanti ai nostri pullman-regia c’erano delle grosse casse dalle quali usciva la voce di un Maffei arringante che urlava: “Li abbiamo distrutti!”».

Poca eleganza.
«Quando un generale urla troppo non è molto soddisfatto».

Chi è il tuo maestro di telecronaca?
«Tutto è cambiato con Piccinini. Prima ci si basava molto sulla voce, l’affabulazione e la capacità descrittiva. Piccinini ha puntato sulla brandizzazione del prodotto».

Brandizzazione?
«È stato il primo a inventarsi delle cose».

Tipo?
«“Sciabolate!”. Oppure “Non va!”».

Tu cerchi di evitare i luoghi comuni? Tipo «la giacchetta nera». Tipo «dal punto di vista tecnico e agonistico». Tipo «ha vinto ma non convinto».
«Li evito come la morte. C’è stato un periodo, durante la crisi del Kossovo, in cui evitavamo tutti i termini bellici... “parte la contraerea”... “ecco la cannonata da fuori!”... “abbatte l’avversario”... . Era tale l’attenzione maniacale che il mio amico Stefano De Grandis un giorno disse: “Nakata ha tirato una bomba atomica”. Ridemmo fino alle lacrime».

Saresti capace di fare una radiocronaca alla Carosio?
«Mi addormenterei a metà».

Hai studiato i telecronisti brasiliani?
«Più che altro ho ripreso dagli speaker degli stadi tedeschi l’abitudine di scandire i nomi. “Andrea!” (pausa) “Pirlo!” (pausa) “Uno a zero!”. In Germania se segna Kirsten lo speaker dice: “Per il Bayern (pausa) ha segnato Ulf”. E tutto lo stadio in coro:“Kirsten!”. E lo speaker: “Ora il punteggio è eins...” e tutto lo stadio: “zu nul”. Allora lo speaker dice: “Danke”. E tutti: “Bitte”. Una grande scenografia».

La gente ti ferma per strada?
«Sì, ma il peggio è che mi urlano “Cànnavaro!”».

Nel calcio sono ignoranti come si dice?
«Non più. Tranne l’uomo più maleducato che abbia mai conosciuto, Eugenio Fascetti».

L’allenatore.
«Non lo saluto da 20 anni».

Che è successo?
«Aveva litigato con alcuni della mia televisione. Per ritorsione mi cacciava via dal ritiro, come a scuola, in maniera volgarissima, a male parole. Un giorno, negli spogliatoi, mi assalì fisicamente. Urlava: “Sei un bastardo, vattene, ti gonfio!”. Era uno che ascoltava i discorsi di Mussolini in macchina cantando Faccetta Nera. È stato un grande allenatore. Ma non lo voglio più vedere».

I colleghi ti criticano?
«Pippo Russo ha scritto sull’Unità che il mio mondiale era come i bambini incontinenti che fanno tanta cacca».

Che voleva dire?
«Non lo so. Ognuno usa i riferimenti culturali di cui dispone. Credo che Pippo Russo sia rimasto intrappolato nel collettivo trotzkista dove si è rinchiuso negli anni ’70. Poi c’è Cito della Gazzetta che mi critica per come pronuncio i nomi stranieri. Xavier Zanetti io lo pronuncio Cavier Sanetti. A casa sua, in Argentina, lo chiamano così. Buffon in Inghilterra mica lo chiamano Bàffon».

Altre critiche, un po’ più serie?
«Durante i mondiali mi ha dato una bella pettinata Aldo Grasso. Ma aveva ragione. In Italia-Usa avevo pompato troppo sull’entusiasmo e avevo sbagliato!».

Come vedi la faccenda Calciopoli?
«Lotta tra gruppi di potere. Però è vero che Moggi era molto arrogante. E intimidatorio. Una volta io e Bergomi facemmo una telecronaca che spiacque alla Juventus. Nel giro di un paio di giorni ci furono: un articolo molto violento contro di noi, un attacco in Lega da parte di Moggi e una telefonata ai piani alti di Sky per chiedere di cambiare telecronisti».

Moggi è sempre in tv a difendersi...
«Nessuno riesce a reggere il confronto con lui, né Mentana, né Floris, né la Ventura. Dice cose gravissime. Tipo: “Tutto quello che mi viene imputato è l’articolo uno”. E nessuno gli chiede: “Ma che cos’è questo articolo uno?”».

Ma che cos’è questo articolo uno?
«Vuol dire: non mi sono comportato illegalmente ma nemmeno in maniera sportiva ed etica. Ma per uno sportivo basta quello. La cosa più grave è comportarsi slealmente».

Moggi dice che facevano tutti così.
«E perchè lo scudetto lo vinceva solo la Juventus?».

Nessuno di quelli che intervistano Moggi gli ricorda che fu accusato di procurare «signorine» agli arbitri della Uefa.
«Se mai intervisterai Lapo Elkann chiedilo a lui. Vedrai che ti darà la risposta».

Sei misterioso.
«Non parlo di queste cose in un’intervista, ma io sospetto che dietro Calciopoli ci sia una guerra tutta interna alla Fiat».

Gioco della torre. Grillini o Cecchi Paone?
«Salvo Cecchi Paone. Lui dice di essere gay. Grillini dice che sono tutti gay».

Briatore o Montezemolo?
«Salvo Montezemolo. Non mi sono divertito molto al Billionaire. E ho speso per mangiare 200 euro. Mai più».

Della Valle o Galliani?
«Salvo Galliani. Quelle sue facce devastate quando la squadra vince mi fanno impazzire».

Sgarbi o Mussolini?
«Butto Sgarbi. Quando era sconosciuto ha cominciato a fare casino. Raggiunta la popolarità ha smesso. Calata la popolarità ha ricominciato».

Tremaglia, Buttiglione o Fisichella?
«Tremaglia è proprio fascistissimo. Buttiglione è troppo ondivago. Salvo Fisichella perché era il mio professore. Il loro atteggiamento sull’omosessualità me li farebbe buttare tutti e tre. Ma questa esaltazione della cultura gay è insopportabile».

E perché mai?
«Siamo nel 2006, non ci può più essere la cultura gay, il bar gay, la letteratura gay... Basta no?».

Ci sono voltagabbana nello sport?
«Più che i voltagabbana mi dan fastidio i giocatori ideologici. Tipo Di Canio e Lucarelli. L’unica ideologia del calciatore deve essere tornare a casa la sera presto, lavorare con grande impegno, non andare a mignotte».

  
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