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  20/05/2009 - UN ITALIANO A MANCHESTER

Macheda: «Voglio la Coppa nella mia Roma»

Il romano che ha fatto impazzire lo United è un ragazzo che sfiora il metro e novanta e ha la Lazio nel cuore. Fino ad inizio aprile era un talento che sfornava gol nella formazione delle riserve. Ora, dopo la rete in pieno recupero contro l’Aston Villa e il bis contro il Sunderland, Federico Macheda è uno degli eroi del Manchester, colui che nel momento più difficile con le sue prodezze ha rilanciato le quotazioni della formazione di Ferguson e tenuto a distanza il Liverpool. Tra una settimana sarà a Roma, nella sua città, nel suo stadio, per la gara che tutti sognano, la finale di Champions League. Lo abbiamo incontrato a Manchester e, con il sorriso sulle labbra e l’accento romano ancora marcato, ci ha raccontato le sue sensazioni, la sua stima per Totti («Anche se è della Roma, lo ammiro perché è un campione»), la gratitudine per la sua famiglia («Se non mi avesse seguito in Inghilterra, non ce l’avrei mai fatta. Ringrazio mio padre, mia madre e tutti quelli che hanno creduto in me») e i suoi sogni. Indosso aveva la Track Jacket, storico capo di abbigliamento che ripropone l’elemento figurativo e simbolico della “ V” di “ Victory”.

IL SOGNO - La giacca sportiva, realizzata da Nike per ispirare i suoi atleti, in occasione della finale di Champions sarà indossata dalle due formazioni. Questi capi, in edizione limitata e autografati dai campioni di Manchester e Barcellona, saranno poi i premi di un concorso presso il Nike Store di via del Corso a Roma Macheda, a una settimana dalla fina­le contro il Barcellona cosa signifi­cherebbe per un romano come lei alza­re la Champions al cielo di Roma? «E’ un sogno ad occhi aperti che ho già fatto più volte negli ultimi giorni. Io con la Champions nel mio stadio, mam­ma mia...». Quanto ci spera? «Tanto, ma non so neppure se andrò in panchina. Il Manchester ha tanti campioni e c’è molta concorrenza. Sa­rebbe fantastico anche giocare un solo minuto». Quanto è rimasto legato a Roma e al suo quartiere? «Molto, anche se Ponte di Nona non era un quartiere facile. Nella vita ho imparato che non bisogna mai dimenti­carsi chi sei e da dove vieni».