TuttoCalciatori.Net ha intervistato il tecnico del Mezzolara Fabio Bazzani.

Fabio Bazzani

Fabio Bazzani

Ci risiamo. Il Milan di Inzaghi, attaccante che ha fatto la storia, giocava male e non segnava, quello di Mihajlovic, mirabile regista difensivo, incassa troppi gol. Che sia la maledizione della panchina? Un ex grande giocatore che diventa tecnico difetta nell’insegnare quello che dovrebbe essere il pezzo forte del proprio passato? Per farci un’idea sulla situazione Tuttocalciatori.net ha intervistato Fabio Bazzani. L’ex centravanti di Sampdoria e Lazio, 3 presenze in Nazionale con Trapattoni e Lippi, è da pochi mesi alla guida del Mezzolara, girone D di Serie D, società in cui Bazzani ha disputato da giocatore gli ultimi 3 campionati, prima di dare l’addio al calcio nella scorsa estate.

Un rapporto fidato, che ha spinto la dirigenza ad affidare a un nome illustre la guida di una squadra molto ringiovanita rispetto agli anni passati. Al momento il Mezzolara ha il peggior attacco e la seconda miglior difesa del campionato dietro al Parma, ed è l’unica squadra che è stata in grado di fermare la marcia della corazzata di Apolloni. Piano con le etichette, però. Mister Fabio non è un difensivista….

Siete stati l’unica squadra capace di fermare il Parma, giocandosela anche con coraggio almeno nel primo tempo. C’è un segreto particolare? Molti avversari dei crociati sono parsi scendere in campo rassegnati?

“Nel mio modo di vedere il calcio non esiste la rassegnazione. Contro il Parma abbiamo giocato una buona partita, difendendoci con ordine e avendo anche qualche occasione per segnare. Certo, il Parma è una squadra di una o due spanne superiore a tutte le altre del girone, per fermarlo devi giocare una partita perfetta, concedere il meno possibile e sperare che loro non siano al massimo. A noi è successo questo”.

Come vede la presenza del Parma in Serie D? Un ostacolo per le società che puntano alla promozione, o un’occasione per mettersi in mostra, come capitato a voi?

“Per noi è stata una benedizione, perché per la nostra squadra, che non ha l’obiettivo di vincere il campionato e ha in rosa tanti giovani, confrontarsi per due volte, di cui una al Tardini, contro un avversario del genere è una grande opportunità per i ragazzi e per la società, che ha potuto fare un grande incasso. Poi immagino che altri club partiti per cercare la promozione avrebbero fatto a meno di avere il Parma nel proprio girone…”.

Nelle prime partite ha usato un 4-4-2, con tendenza a trasformarsi in un “rombo”. Al momento avete la miglior difesa del campionato e il peggior attacco. Solo un caso?

“Direi che è solo un caso, perché la parola chiave del mio calcio è ‘equilibrio’. Ritengo che se in campo va una squadra compatta che sa difendere con ordine, che sa soffrire e riproporsi in attacco, prima o dopo i risultati arrivano, e queste caratteristiche le vedo nella mia squadra. La politica del Mezzolara è cambiata, non abbiamo più 10 over come negli anni scorsi, la rosa è stata ringiovanita, quindi bisogna dare ai ragazzi il tempo di crescere. Per il momento non sono preoccupato, lo sarei se non avessimo creato occasioni, purtroppo non le abbiamo trasformate”.

Lei ha avuto due grandi maestri come Novellino e Cosmi, pur diversi sul piano tattico. Come tecnico a chi si ispira di più? Ha sentito uno dei due o entrambi dopo aver intrapreso la carriera di allenatore? Quali sono i punti chiave del suo credo calcistico?

“Sì, ho sentito Novellino in estate, mentre Cosmi mi aveva mandato un messaggio per complimentarsi dopo il pareggio contro il Parma, e mi ha dato anche qualche indicazione su dove poter migliorare. Ho appreso molto da entrambi, ma non ho dogmi: con Cosmi ho giocato in un 3-5-2 a Perugia, e in un 4-4-2 ad Arezzo, mentre Novellino, si sa, è il mago del 4-4-2, anche se poi in carriera ha anche cambiato schemi. Penso che l’allenatore migliore sia quello che adatta le proprie concezioni alle caratteristiche ai giocatori, e non viceversa: ad esempio, mercoledì a Legnago ho dovuto fare riposare qualche esterno e allora sono dovuto passare alla difesa a 3. Un allenatore deve saper utilizzare più moduli, e la squadra deve adattarsi. L’importante è che ci sia un’identità ben precisa, poi i sistemi di gioco si possono cambiare”.


Parliamo della sua carriera di calciatore. Pellè è un giocatore con caratteristiche simili alle sue, esploso all’estero e adesso titolare in Nazionale. Ha qualche rimpianto per non aver tentato un’esperienza in un altro calcio, magari dopo gli anni alla Sampdoria? Ha mai avuto offerte?

“Sì, c’era stato un pour parler con una squadra di Premier League, così come un contatto avviato con il Milan, ma la Sampdoria volle tenermi e io accettai, perché a Genova sono stato benissimo. Non nego che mi sarebbe piaciuto vivere quell’esperienza, perché ancora oggi quello inglese è un campionato che apprezzo e che seguo, là si fa il calcio che piace a me anche come ambiente.

Quanto a Pellè è stato bravo a sfruttare le occasioni che ha avuto all’estero, e in questo momento si merita il posto da titolare in Nazionale, ma non penso di fare un torto a nessuno se dico che oggi c’è meno concorrenza rispetto ai miei tempi. Io per fare 3 partite in Nazionale ho dovuto ‘combattere’ contro giocatori come Vieri, Inzaghi, Montella, Delvecchio… Sono i tempi che cambiano”.

Cosa pensa del livello della Serie D? Ritiene che l’obbligo di utilizzare gli Under sia davvero utile per la loro valorizzazione, o sarebbe davvero meglio introdurre le seconde squadre magari in Lega Pro?

“Il livello della Serie D si è alzato molto negli ultimi due anni, dopo l’abolizione della Seconda Divisione, ci sono molte piazze importanti, ormai di dilettantistico c’è solo il regime fiscale e contrattuale, poi il nostro girone è una piccola Lega Pro. Per i giovani non penso che l’obbligo di schierare ogni partita 4 Under li valorizzi, anzi, influisce negativamente sulla loro crescita, perché avendo quasi la certezza di andare in campo cala la concentrazione negli allenamenti e tutto il modo di intendere la professione per ragazzi che sono alle prime armi. Così non si migliorano, anzi non si verifica il loro reale livello, e aumenta il rischio che si perdano e non riescano ad emergere quando escono dalla D”.

I suoi primi passi da tecnico ricordano quelli di Roberto Stellone, che ha cominciato ad allenare nella squadra in cui aveva smesso di giocare. Augurandole di avere la stessa fortuna, avrebbe accettato un incarico da tecnico in un settore giovanile di A o B (mi può dire se l’ha eventualmente rifiutato, anche senza fare nomi…), o pensa che partire dal basso ma con squadre “vere” sia più formativo?

“Ho appena iniziato la carriera, quindi non mi precludo nulla, non è detto che perché ho cominciato dalla D non possa fare un’esperienza in un settore giovanile. Qui è stata una prosecuzione naturale della carriera di giocatore, non ho neppure avuto il tempo di valutare altre proposte… Certo, sono situazioni diverse, perché in un campionato ‘vero’ c’è l’obbligo di fare più punti possibile, oltre che di valorizzare i giovani come nel nostro caso, mentre se alleni una Primavera o una squadra Allievi i risultati contano meno, l’obiettivo è la formazione dei ragazzi e portarne il più possibile nel grande calcio. Adesso sono qui e sono felice, i ragazzi mi seguono. Ma sono aperto a tutto…”.

E allora, non resta che vedere come crescerà Mister Bazzani. Uno che come centravanti e come tecnico è partito dal basso. Ma ha tutta l’intenzione di arrivare in alto. Magari grazie a un colpaccio al Tardini…

Davide Martini